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 Profughi in piazza: “Vogliamo alloggi”. Nuove grane in arrivo per Pisapia
Mercoledí 27.07.2011 14:10
Pisapia ape3
Giuliano Pisapia

Di Claudio Urbano

«Yes we can, Yes we can!» Comunicano la propria lotta con uno slogan ormai diventato un passepartout i rifugiati politici che hanno manifestato martedì pomeriggio davanti a Palazzo Marino per rivendicare dignità e diritti, e per dire «no al razzismo» col quale sentono di essere trattati dalle istituzioni. Gli immigrati, in grande prevalenza somali, eritrei e del Sudan godono già dello status di rifugiati, e buona parte di loro ha quindi già percorso l’iter previsto dalla legge, con sei mesi di accoglienza nelle strutture comunali. Nonostante questo non si sentono tutelati nei diritti di accoglienza, previsti dalla Convenzione di Ginevra per i Rifugiati che, ricordano, stabilisce l’attuazione di percorsi di inserimento lavorativo ed abitativo.

Il Comitato dei Rifugiati di Milano ha inviato a inizio luglio una lettera a Pisapia, «da uomini onesti ad un uomo onesto» –  così si apre la loro missiva -,  alcuni di loro sono stati ricevuti la scorsa settimana dall’Assessore alle politiche sociali Majorino e ora intendono ricordare la Comune le proprie richieste. Rivendicazioni certamente difficili da soddisfare, visto che il Comune non è tenuto ad altre azioni dopo aver fornito i servizi di accoglienza per un massimo di dieci mesi, così come previsto dalla legge.

In Italia infatti manca una legislazione complessiva che preveda politiche di inserimento per i rifugiati anche dopo i primi mesi dell’accoglienza: una volta ottenuto lo status di formale di protezione ed esaurito il periodo di assistenza che dura un massimo di dieci mesi, lo Stato non ha più obblighi verso i rifugiati, che, al pari di tutti gli altri stranieri, devono trovare autonomamente un alloggio ed un lavoro.

Il percorso di chi chiede asilo politico in Italia non è però mai lineare, come sottolineano Paulos, coordinatore della manifestazione e del Comitato Rifugiati di Milano, e Nuurta, una donna eritrea, ormai da vent’anni in Italia, anche lei davanti a Palazzo Marino. Troppo spesso l’insegnamento della lingua e di una professione non vengono garantiti, e la borsa lavoro di tre mesi che alcuni riescono ad ottenere dal Comune garantisce uno stipendio «da schiavi», sostiene Nuurta, che ha usufruito in passato del servizio. Così molti tra la cinquantina di persone che ora grida i propri slogan ha già chiesto in passato alla Questura di poter lasciare l’Italia, o ha provato a farlo clandestinamente. «Ma non ha potuto, spiegano Nuurta e alcuni degli attivisti italiani presenti, perché le impronte digitali rimangono registrate qui in Italia».

Prima dell’accoglienza degli immigrati del Nordafrica giunti in questi mesi, sembra quindi che il Comune debba maneggiare la patata bollente di chi è in Italia ancora da più tempo. «L’Assessore e il Sindaco mantengono un’attenzione costante al problema, ha assicurato Paolo Limonta, già coordinatore della campagna elettorale di Pisapia: cerchiamo soluzioni possibili al loro problema, anche se i poteri del Comune sono limitati».

In attesa che i rifugiati vengano nuovamente convocati da Majorino, probabilmente in agosto, si spera che le rispettive parti si vengano reciprocamente incontro. Abbiamo chiesto ai rifugiati di fornirci singolarmente i propri nominativi, ha precisato Limonta, in modo che possano partecipare all’assegnazione dei bandi per gli alloggi sfitti. Molti degli immigrati sono restii a farsi registrare singolarmente, anche per paura. Ma se servirà per avere un alloggio, sarebbe già un passo avanti. Nel frattempo, la «lotta» del Comitato continua: sabato 30 luglio in Piazza Oberdan verrà organizzata, insieme all’Associazione 3 febbraio, la «Notte bianca dei rifugiati»

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