we love life in freedom

THE FIRST LOVE

testata
Niente finisce mai
Giorgio Fontana

 

 Mesi fa, un sabato sera, invece di uscire con i miei amici sono andato in piazza Oberdan. Da maggio 2009 circa, una ventina di rifugiati africani – per lo più profughi eritrei – vivevano lì, all’aria aperta. In centro a Milano, dormivano all’addiaccio, erano additati dai passanti, fumavano sigarette, si stringevano la testa, vedevano il tempo passare. Qual era la loro storia? Chi li stava aiutando? Chi erano? (G.F.)

 
Alle dieci di sera il caldo milanese non ha ancora dato tregua. Sabato di fine agosto: piazza Oberdan è un incavo tagliato nelle luci di porta Venezia. Corso Buenos Aires, ancora in secca prima del rientro, è punteggiato dai pochi cittadini rimasti. Sembra tutto normale: ma in fondo alla piazza si raduna una manciata di persone. Sono isolate dal resto, buio su buio, e le loro facce si muovono appena. Hanno l’aria stravolta: un gruppo di uomini di colore che arriva carico di sacche. Siedono, fumano, parlano un po’ fra di loro. Si preparano per la notte. Un’altra notte all’aperto, un’altra ancora.
Vivono qui da quattro mesi. Sono rifugiati di guerra, quasi tutti eritrei o sudanesi. La loro storia comincia da molto lontano e da punti diversi l’uno per l’altro: ma per Milano la storia comincia nell’aprile 2009. Un gruppo di immigrati occupa uno stabile disabitato a Bruzzano, periferia nord. Due giorni dopo vengono sgomberati. Indicono quindi una protesta bloccando i binari delle ferrovie Nord, linea Milano-Asso: vengono sgomberati di nuovo. L’azione ottiene grande copertura mediatica e nessun risultato concreto.
Secondo la convenzione di Ginevra, una persona che ha ottenuto lo status di rifugiato ha diritto al “trattamento più favorevole possibile” in materia di inserimento sociale, ricerca del lavoro e ricerca di un alloggio. Nessuno degli uomini che mi siedono vicino l’ha ottenuto. Così hanno creato una rete, si sono stretti a vicenda l’un l’altro, e sono venuti in piazza Oberdan a vivere. E dormire. Tutte le sere. Il concetto è semplice: Siamo qua, non possiamo sparire.
Dopo l’uragano della notizia, la loro presenza è tornata a essere una cosa banale. Ma è proprio allora che serve interrogarsi: quando la notizia smette di essere tale, perché sotto la vita continua a logorare la carne. Niente finisce mai davvero, o quasi.
Paulus, il portavoce del gruppo, ha trentacinque anni. Anche lui è stato figlio della notizia: al momento dello sgombero di Bruzzano era circondato dai microfoni. Ora è semplicemente se stesso, alto e magro e con i baffi sottili. La prima cosa che colpisce è la sua precisione grammaticale. La cura nella scelta di ogni parola straniera, un italiano limpido e pacato. È l’ultima cosa che gli   rimane, forse. Di certo è un sintomo: la razionalità di un uomo che vuole continuare a navigare attraverso i flutti di un incubo.
Parlando dello stabile occupato, sottolinea che era inutilizzato da anni: sporco, inutile, senza allacciamenti. Ma non è per “fare occupazione” che sono andati lì: era la risposta a un bisogno, il semplice desiderio di un tetto.
“La vera domanda non la devi fare a me. Devi farla al Comune: perché ci avete costretti a finire lì? Perché non ci avete aiutato? Anch’io sto cercando una risposta. Da questa risposta dipende la mia vita, e non la trovo.”
Prima di venire in Italia, Paulus ha fatto un lungo percorso: ha passato il confine eritreo in Sudan, ha risalito la Siria, attraversato la Turchia. Un’odissea durata due anni per cercare un traguardo, pace e democrazia, prima di accorgersi — testuali parole — che “questa
democrazia è una scatola vuota”.
L’Eritrea è in guerra con l’Etiopia dal 1998. Si stimano circa settantamila vittime durante la guerra di confine vera e propria, nella zona contesa — il triangolo di Badme. Il movente del conflitto è essenzialmente politico: bloccare l’opposizione e consumare denaro in armamenti. Al momento, più del 20% del Pil eritreo è destinato alla difesa. Nonostante una tregua nel 2000, che ha visto la  creazione di una zona di confine controllata dalle Nazioni Unite, l’assegnazione del triangolo di Badme all’Eritrea ha riaperto le ostilità. Lo stallo continua con un braccio di ferro che ricade sulle azioni umanitarie (che l’Eritrea ha spesso costretto all’incapacità di agire), e soprattutto sui civili. Il governo è affidato al solo Fronte Popolare per la Democrazia e Giustizia, che è di fatto una dittatura: l’organizzazione di altri partiti politici è impedita, e le elezioni nazionali sono continuamente rinviate. Tutto l’interesse delle classi alte del paese è rivolto alla battaglia.
“E la gente scappa”, dice Paulus. “Non può che scappare e cercare protezione, ma qui non c’è alcuna protezione. Sai che persino in Eritrea ci sono dei campi per i rifugiati somali? E nessuno dorme per strada. Sarebbe assurdo.” Si ferma un istante, sceglie le parole: “Da quattro mesi combattiamo contro il comune di Milano.”
Cosa resta di una guerra lontana? Una guerra lontana non ha fine: attraversa spazio e tempo, inquina ogni nuovo gesto e si trasforma in una lotta diversa, fatta di silenzio e disperazione, combattuta per le strade dell’Occidente. Una lotta tanto più triste perché sembra persa nel luogo dove tutti si aspettavano salvezza.
“La gente mi chiede perché sono venuto qui”, ride Paulus. “Che domanda! Sono venuto qui perché voglio vivere, perché sono scappato da un incubo. Io ho letto la vostra Costituzione. Ho letto la Convenzione di Ginevra. Abbiamo dei diritti precisi e chiediamo solo che vengano rispettati.”
Ma i diritti sono la teoria, e il dovere impone di riportarla un’unica volta, memento mori, e poi la storia per la città intera finisce. Ma la storia non finisce affatto — finisce solo la teoria. La  pratica invece è: mangi quando capita. Ti lavi quando capita. Dormi in uno spiazzo,
all’aperto, pregando che non piova. La gente non sa, ti addita. Pensa che tu sia un barbone. Ti svegli all’alba e vaghi, perché non hai posti dove stare o dove andare. Gironzoli per il parco e la zona ovest di corso Buenos Aires. Il Comune di Milano ha offerto un dormitorio, ma un dormitorio non è una casa: devi alzarti alle 7 e non puoi rientrare prima delle 20. E se uno trova un lavoro di notte? Nessuna risposta. E se uno è malato? Nessuna risposta. Di notte, il lavaggio della piazza viene reiterato più volte, anche quando non serve, anche a ore impossibili. Una sera gli operatori passano cinque volte di fila: impossibile dormire. E quando arriverà l’inverno, cosa farai?
Così la lotta si allarga. La fame e il sonno diventano politica. Ma anche se lo sconforto è fuori controllo, la resistenza di queste persone resta assolutamente pacifica. Perché non ha bisogno di violenza, spiega Paulus: è come se la forma della protesta sia implicita nel fatto: per rispettare dei diritti universali non serve altro che la ragione.
“Dopo la guerra ci sono stati giorni orribili, orribili, e io non potevo vivere senza libertà.”
Emanuel, in inglese, taglia così il discorso sull’Eritrea. Avrà la mia età o poco meno. Magro, di una magrezza spenta, la polo gialla sul collo nervoso. La sua storia è solo un andare e venire. È stato un anno in Sudan e poi un anno e tre mesi in Libia, ma in Libia non poteva rimanere. “Almeno gli italiani non sono pericolosi. I libici sono molto razzisti, e anche molto violenti. È pericoloso lì, usano coltelli e ti rapinano e la polizia non ti difende.”
Così è arrivato in Italia, dove ha ottenuto i documenti per l’asilo politico. È stato due settimane a Roma, ha vissuto per strada, non ha trovato nulla. Allora è andato in Francia per andare in Inghilterra, senza successo: l’hanno riportato in Italia. Andare, venire, e ora la sua strada per ora finisce qui. Sulla dura pietra di piazza Oberdan.
Ma una strada non può finire così.
Interviene un terzo uomo, di cui non riesco a cogliere il nome. Inglese strascicato e lento:
“Io non ho mai visto niente di simile in tutta la mia vita. I poliziotti passano, controllano i documenti, ci portano in questura per accertamenti. Ma ogni accertamento finisce lì: perché ogni carta è in regola com’è sempre stata.”

A volte l’intimidazione sfocia nella violenza — a sua volta denunciata dai rifugiati alla Digos, in una sorta di circolo vizioso che ha qualcosa di ridicolo e agghiacciante. “Io sono laureato in lingue, Arabo e Inglese. Non sono uno stupido. E allora perché va tutto storto? Qua i diritti non esistono. Combattiamo ancora, ma chi si occuperà di noi?”
Per ora a occuparsene è un comitato di appoggio che comprende diverse realtà, come l’Associazione 3 Febbraio e il Centro delle Culture. Eppure c’è anche una nota di sconforto in questo: quando i diritti sono affidati alla carità, la giustizia di uno stato perde tutto il
suo valore. Ne parlo con Jorge del Centro delle Culture. Lui alza le spalle, sorride:
“Che ci vuoi fare? Qualcuno deve pur mettersi in moto.” Spiega che insieme ai rifugiati ha organizzato tre notti bianche di protesta nella piazza: si parla, si fanno assemblee, si mangia tutti insieme.
Ad agosto hanno proiettato il lungometraggio Come un uomo sulla terra.
“La Comunità Europea ha destinato 10 milioni di euro per i rifugiati”, dice. “E quei soldi dove sono finiti?” Scuote la testa disgustato: “Italia. Ma la realtà è che questo è solo una costola dell’enorme problema dell’immigrazione. Guerre lontane, amico, e guerre vicine.”
È quasi mezzanotte. Il traffico nei dintorni di porta Venezia è minimo e nervoso. L’afa comincia a disfarsi, il fresco della notte prende il sopravvento. Cosa resta di una guerra lontana? Il mondo non è più un posto semplice, se mai lo è stato. Una rete profonda tesse luoghi distanti, e gli eventi si rincorrono, generati da forze che attraversano l’etere, appaiono sempre meno controllabili.
Lo vedo qui, ora: quello che resta di una guerra lontana è un gruppo di adulti che si stringono la testa e non sanno cosa fare, ma non si arrendono. In Italia, anno 2009: una nuova guerra colma d’indifferenza. E lo vedo ancora prima, con un balzo di cento anni indietro: l’Eritrea fu la prima colonia del Regno in Africa. Un massacro dimenticato, e ora i pronipoti di quel massacro sono qui, fanno avanti e indietro e indietro e avanti per il perimetro di una piazza cittadina. Le guerre lontane si legano l’un l’altra come sorelle. Da una parte della storia qualcuno chiama, e dall’altra qualcun altro risponde.
Sono di nuovo seduto di fianco all’uomo senza nome. “Crazy”, insiste lui. “Very bad, very bad. Vorrei tornare in Eritrea. Almeno là le persone sono normali. La gente normale deve pensare a sopravvivere, ma si aiuta a vicenda. Qua no. Qua? Vai via, che vuoi“, dice in italiano. “Cazzo vuoi, vai via. Due anni che sono in Italia e due anni che dormo per strada. Tutta la mia vita è una lotta. Capisci cosa vuol dire? Credi di saperlo davvero?”
No, non credo di saperlo davvero. Ma c’è una frase con cui chiudere: so che è banale, ma ciò nonostante la dirò. Invoco il diritto di pronunciarla, contro ogni sua riduzione. Questo problema non riguarda solo loro. Riguarda, come ogni problema che tocca il diritto di un essere umano, ognuno di noi — le nostre famiglie, le nostre vite, la dignità che ci sembra dovuta e che non riusciamo a riconoscere negli altri.

“Adesso è facile per te”, dice ancora l’uomo, mentre mi alzo. Il registratore è spento, raccolgo le frasi come posso. “Sei italiano, torni a casa, è tutto finito. Non pensi che ti può succedere una cosa così. Eppure, se ti succede, cosa fai? Adesso vai a casa, è tutto finito. Ma se ti succede?”
Se mi succede?
Queste parole solo perché anche per noi non sembri tutto semplice, tutto scontato, tutto finito. Mai.

 

 
Pubblicato da a.tarabbia il 04-01-10
resoconti dal vivo

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s