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Ma il Comune ospiterà i rifugiati?

Si lamentano per le condizioni in cui sono costretti a vivere nel residence di via Ripamonti a Pieve Emanuele. A spese del governo. Lo stesso in cui vivono tanti poliziotti.

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Senza lamentarsi e dovendosi pure pagare l’affitto. Eppure la protesta, anche violenta, dei profughi libici culminata mercoledì con l’occupazione della piazza e il blocco degli autobus ha sortito il suo bell’effetto. Con l’assessore alle Politiche sociali del Comune Pierfrancesco Majorino che dopo un incontro con il sindaco di Pieve Emanuele Rocco Pinto che gli aveva chiesto consigli e aiuto per la gestione del 350 stranieri richiedenti asilo, ha annunciato che Milano accoglierà trentacinque di quei profughi. Che andranno così ad aggiungersi ai 440 rifugiati già accolti da Milano e ormai definiti «storici». Palazzo Marino ha inoltre chiesto la convocazione di un tavolo in prefettura per individuare le modalità per sostenere la cittadina dell’hinterland che «non può essere lasciata sola nella risoluzione della difficile situazione in corso». Come a dire che una protesta energica messa in piazza violando la legge, alla fine consente di ottenere ben di più rispetto a cinque mesi passati a far richieste difficilmente accoglibili, ma almeno comunicate in modo civile. Non un bel messaggio. Anche perché, visto lo scenario internazionale, quello degli arrivi dai territori del Nord Africa è un problema che minaccia di essere solo all’inizio. La colpa? Di Berlusconi. Ovviamente. «Pieve Emanuele – assicura Majorino – ha sulle proprie spalle un carico assolutamente eccessivo di gestione dei richiedenti asilo a causa delle scelte inadeguate fatte dal governo». Per questo «ci siamo messi a disposizione del Comune di Pieve, a prescindere dal colore della giunta che lo governa». E dunque Majorino annuncia che «stiamo sperimentando un “modello Milano”, unico nel panorama nazionale che punta sulla responsabilizzazione del Comune nella gestione della presenza dei migranti». Per poi passare a chiedere ai paesi della provincia e della regione di «fare la propria parte nell’accoglienza dei profughi, in base alle proprie possibilità» e al governo di «spiegare cosa accadrà nei prossimi mesi quando sarà terminato l’iter del riconoscimento dello status di rifugiato. Non vorremmo infatti che enti locali e terzo settore ereditino in futuro la totale gestione dei migranti senza chiare indicazioni e strumenti provenienti dal governo». La questione è che molte delle richieste di asilo, almeno il 70 per cento, sembra non abbiano i requisiti necessari per essere accettate. Trasformando di fatto i richiedenti asilo in clandestini non appena scadrà l’attuale permesso di soggiorno che dura sei mesi. A cui vanno aggiunti altri 30 giorni per il ricorso. Di qui l’altro giorno la protesta violenta degli extracomunitari che oltre a una collocazione più consona rispetto al residence Ripamonti, chiedono le «pocket money». Tessere da 2,5 euro al giorno che consentiranno loro di acquistare tessere telefoniche, sigarette, biglietti dell’autobus. Sono in arrivo, ha assicurato la prefettura.

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